Esistono Enti, in Italia, che hanno l’obiettivo di esaminare quali sono i bisogni sociali del territorio e soddisfarli. Queste realtà si occupano ed offrono i più disparati servizi, quali l’assistenza domiciliare per anziani e per disabili, assistenza domiciliare a minori e minori disabili, organizzano centri educativi, curano la nascita e  la permanenza di comunità familiari per minori, seguono ed autorizzano l’operato di associazioni che offrono servizi contro la violenza per le donne, case segrete di ospitalità, servizi di orientamento al lavoro, servizio di affidi, curano centri diurni per disabili, hanno servizi di integrazione per cittadini stranieri, servizi di sostegno psicopedagogico infantile, uffici di tutela a sostegno giuridico delle persone fragili e molto altro ancora.

Per tutti questi servizi e molti altri, detti Enti erogano le risorse economiche in base alle attribuzioni dei Comuni.

Per le aziende che lo desiderano, per il momento solo in Lombardia, quale punto campione della sperimentazione, Pink Solution si propone, interagendo con questi soggetti territoriali, di avere, dai tecnici preposti, i “bisogni del territorio” per i quali non c’è ancora una copertura finanziaria intera o parziale.

L’azienda che decide di fare una donazione avrà la certezza di “investire” le proprie risorse economiche in un progetto che avrà un tangibile impatto sociale, avendone un ritorno da tanti punti di vista: ritorno d’immagine tra i dipendenti e la cittadinanza circostante, ritorno emotivo e l’orgoglio di aver preso parte alla costruzione di un nuovo tessuto che sappia unire le realtà produttive al proprio territorio.

Pink Solution, su questo tipo di progetti, ha una tariffa “sociale” molto al di sotto del tempo che serve investire per l’appropriata cura del progetto, per conto terzi, ritenendo l’orgoglio di occuparsi di un progetto di questa natura, altamente remunerativo, avendone cioè lo stesso ritorno emotivo, sociale e di immagine che propone alle aziende.

Noi crediamo che questa idea sia un modo di creare, accanto a una cittadinanza attiva, un’industria attiva, una comunità, una nuova energia di convivenza che porti ai tavoli in cui si delinea il vivere comune, un’altra forma mentis. Anche l’azienda può, acquisendo una diversa visione, migliorare i propri risultati e, al tempo stesso, creare una catena di contagio virtuoso.

Se contribuiamo ad un modello sociale, diverso dalla oggi vigente massimizzazione del profitto fine a sé stesso, creiamo contemporaneamente una società di persone in migliori relazioni tra loro e più creative.

Forse è un sogno, ma è un sogno che sta già, nel mondo, interessando multinazionali, fondazioni, banche, singoli imprenditori. E’ una rivoluzione economica e sociale ancora silenziosa, ma che rappresenta una speranza concreta di un benessere sociale più equilibrato.

All’inizio di un mondo migliore c’è l’immaginazione.

Non è un’idea bizzarra. In altri Paesi la social company esiste già da lustri. Per fare un esempio con un nome a tutti noto, la Danone già nel 2005 decise di associarsi alla Grameen in Bangladesh, in una impresa con finalità sociali e, dopo uno studio elaborato, arrivarono a portare in Bangladesh la produzione di uno yogurt potenziato di nutrienti, per i bambini denutriti. Per Danone era un piccolo progetto, ma tantissime persone ci misero un entusiasmo ed una energia fuori dal comune. Tutti erano soddisfatti di portare una relazione di aiuto che non fosse carità. Inoltre si crearono posti di lavoro in Bangladesh e l’azienda si sostenne in modo autonomo coprendo i costi ed avendo anche del profitto che poté essere reinvestito per migliorare ed implementare il progetto.

Come abbiamo scritto in Home Page, in Italia non esiste l’ordinamento giuridico della social company, così come delineata negli Stati Uniti e, per sopperire a questa carenza della nostra legislazione, si è venuto formando, molto recentemente, un marchio che identifica le aziende che sentono di avere un’anima sociale, nell’intenzione.

Esiste quindi, una Certificazione, che definisce l’INTENZIONE e che determina, tramite un questionario, ed il versamento di una quota, la possibilità di definirsi B CORP.
Questa certificazione si prefigge di aiutare i consumatori e gli investitori ad identificare queste imprese che non vogliono solo essere

le prime al mondo, ma anche le prime per il mondo.

Il passo successivo, alla certificazione B Corp, dall’inizio del 2016 è la società benefit. Raramente i commercialisti ne sono al corrente ed è più facile iniziare il proprio cammino con i normali criteri, mantenendo l’intenzione sociale e prefiggendosi la “trasformazione” in un momento successivo.

Con il tempo, gli organismi preposti, ci faranno avvicinare al completo concetto, anche fiscale, della Social Company, a noi tanto cara, e ne diffonderà la conoscenza.

In qualche modo però, la Società Benefit, rende l’Italia la prima ad aver sottolineato che può esistere una diversa intenzione dal solo profitto.

Mentre le società tradizionali esistono con l’unico scopo di distribuire dividendi agli azionisti, le società benefit sono espressione di una visione differente: menzionano nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi che porteranno il profitto, l’intenzione di avere un impatto positivo nella società. Una Società Benefit è un recentissimo strumento legale che consente di allineare la missione e la creazione di valori condivisi.

Non ci sono vantaggi fiscali, in Italia, ma le società benefit proteggono la missione in caso di cambi di leadership o riassetto azionario e creano una maggiore flessibilità nella valutazione dei risultati che non si esprimeranno solo in termini numerici. Non si tratta di Servizi Onlus, ma di una trasformazione positiva del pensiero dominante di conduzione aziendale. Il XXI Secolo ci prospetta nuove sfide e nuovo deve essere il Modello d’Impresa.

Se sei interessato ad investire in un progetto ad impatto sociale, contattaci!

Non esitate a contattarci. Vi richiameremo entro 24 ore.