Per ognuno di noi la sua verità è più vera della verità dell’altro. E’ normale che sia così e scusate se, per parlare di verità, la prendo un po’ alla larga e faccio un excursus nel mercato dell’alluminio.

Mi è capitato spesso di sentirmi chiedere chi sono i principali produttori di alluminio al mondo, ma in questa domanda c’è sempre stato un vizio.

Potremmo rispondere utilizzando altri articoli, e questo ne è un esempio, ma chi pone la domanda ha in mente un mondo suo.

L’alluminio infatti è un mondo vasto. Esiste il mondo delle fonderie di secondario che raccoglie rottami e rifonde e fornisce il mondo del presso fuso, oltre che soddisfare tutta la domanda di pani e placche di secondario. Esiste il mondo dell’estrusione. Esiste il mondo della laminazione.

Su tutti questi mondi poi si aprono i trattamenti superficiali come l’ossidazione anodica, la verniciatura che può essere in continuo, a liquido, a polvere, a spruzzo, a pezzo, in nastro ad immersione.

L’alluminio è solo un esempio

L’alluminio, sia estruso che laminato, entra in tanti di qui settori e subisce tante di quelle lavorazioni che a volte, anche nelle statistiche, è difficile capire se il volume prodotto sia stato conteggiato due volte.

Il foglio, per esempio, che può andare nel farmaceutico o nell’alimentare o anche nella carta per avvolgere le sigarette nel loro pacchetto, può rientrare prima “nello standard, o general engineering, e poi nuovamente, nel foglio”. Il diverso modo di definire i mercati crea un ulteriore complicazione.

Insomma, difficile fare studi di mercato accurati perché ogni produttore manda i propri dati alle associazioni di categoria, che li assemblano senza utilizzare i medesimi ragionamenti, pur tentando di dare parametri al riguardo.

E allora come si fa a capire quanto alluminio viene prodotto al mondo? Il criterio più affidabile, a mio avviso, è contare le miniere, i giacimenti di bauxite. La bauxite esiste in natura, nella crosta terrestre, in maniera massiccia nella fascia tropicale e quindi, è lì che troviamo le miniere.

Un Paese che lo mette sul denaro

La Jamaica ha grandi giacimenti. E’ un metallo talmente importante per l’economia di quel Paese che l’hanno perfino messo sulla loro cartamoneta. Non personaggi storici come facciamo noi Europei o gli Statunitensi. I Giamaicani mettono sulla cartamoneta la loro più importante risorsa, o una di queste almeno.

Poi però, dopo il processo chimico, l’energia elettrica che serve per renderlo metallo fruibile, è nel nord del mondo, dove ci sono grandi fonti di energia idroelettrica: Canada, Norvegia, ex URSS, Cina.

Questi centri di produzione che utilizzano energia elettrica si chiamano “smelter”

Contiamo l’output di questi stabilimenti e avremo la produzione mondiale. Tutto il resto sono solo trasformazioni a valle. Bene avere anche quei dati per chi opera quei settori.

Siamo a rischio di una guerra globale

Perché dico questo? Lo dico perché in questo giorni, con la crisi che coinvolge il mondo intero e ci mette a rischio di una guerra globale, si torna a parlare di autarchia, di riportare in Italia produzioni strategiche.  Voglio dare il benvenuto ad una politica industriale che abbia una visione d’insieme.  Vorrei anche evitare che si facciano errori, come già sono stati fatti in passato, perché si trascurano le competenze, che pure esistono in Italia, e molto qualificate, in ogni settore. Vorrei evitare che  non si tenesse conto della localizzazione di certe risorse o di cosa ne rende economico l’utilizzo.

La politica industriale degli anni addietro commise qualche errore. Mise in Sardegna ( in Sardegna!!!!) uno smelter di primarioPer decenni abbiamo pagato, come cittadini, una tassa aggiuntiva, che compensasse il maggiore costo dell’energia che quello stabilimento aveva rispetto a produttori che potevano contare su abbondante energia idroelettrica. L’aiuto dello Stato, in Italia come in altri Paesi (la Grecia) venne condannato dall’antitrust in anni recenti.

Sempre in tempi recenti si è sentito, al telegiornale, interviste di sindacalisti che invocavano l’intervento dello Stato, per salvare uno stabilimento (dismesso da lustri e pertanto neppure più utilizzabile e comunque obsoleto), invocando quella risorsa “strategica” per il Paese che è l’alluminio (Ma dai!)  Abbiamo sentito interviste che invocavano il ripristino di posti di lavoro, posti di lavoro che se fossero stati riconvertiti al turismo, in aree bonificate vent’anni fa,  non si sarebbero tradotti in decenni di cassa integrazione. Tutto questo perché la verità è sacrificabile, a quanto pare.

I semilavorati danno lavoro  e sono facilmente convertibili

Intendiamoci, l’alluminio serve. Abbiamo diversi stabilimenti che lo trasformano in Italia, che lo verniciano, che ne fanno prodotto finito, ma costruire uno smelter sarebbe una assurdità. Ce ne potremmo permettere uno microscopico e sarebbe un assurdo. Abbiamo diverse eccellenze, in Italia nella trasformazione e su quello dobbiamo puntare. Dobbiamo puntare ad una riduzione di questa estenuante burocrazia e ad un fisco più equo.

Questo è un esempio, che faccio su un argomento che conosco, ma ce ne sono una infinità di esempi che si possono portare. Viviamo in un mondo globale, ma alcune risorse sono proprie di alcuni Paesi che avranno sempre interesse a vendere le loro risorse. Alcune produzioni le abbiamo stupidamente abdicate, ammazzando interi settori e senza ragione, per incuria, per mancanza di visione, perché abbiamo sempre delegato la cosa pubblica come se non ci riguardasse. Abbiamo scelto sempre gli stessi individui, in modo clientelare, a condurre certe aziende, nonostante i palesi passati torti, i fallimenti a curriculum, ignorando menti eccellenti, solide, sane, etiche.

Quello che è importante, e chi ha fatto industria lo sa, è non mettersi mai in una posizione di debolezza, né come fornitore, né come cliente, superando in percentuale certe quote.

L’industria è in grado di fare scuola

Ikea, con le aziende che coinvolge come fornitori (usa ovunque produttori locali, dove possibile, imponendo i propri alti standard qualitativi), tra le altre cose, impone di non fornire MAI più del 30% della propria produzione. Fa questo perché vuole sentirsi libera di non rinnovare un contratto, senza uccidere l’azienda con cui ha lavorato, e lasciando invece un patrimonio culturale di accresciuta competenza. Ovvio che certe competenze poi, si rendono necessarie.

Perché il nostro Paese non riesce a lavorare assieme, come hanno fatto i padri costituenti, attingendo ad esperti dove serve? Perché la politica ci fa assistere al penoso spettacolo di boriosi arroganti che si buttano addosso le colpe di ogni piccola cosa vera o presunta? Perché siamo ancora ridotti ad un “noi” contro “loro”, ad un noi, “i comunisti” e loro “i fascisti”? Perché la politica non sa entrare nel merito delle cose seriamente e realizzare progetti importanti?

Perché il giornalismo non ci comunica più spesso quello che di buono accade nel nostro Paese e ci fa vivere in questo stato di frustrazione fatto di apparizioni social rivolte agli intestini dei più?

Sono davvero stanca di assistere quotidianamente ad un teatrino in cui non esiste verità, neppure parziale. La verità, si sa, non esiste. Ognuno ha la sua verità, ma se già ci si rapportasse con questo spirito, cioè “io ho la mia verità, fammi sentire la tua e proviamo a capirci” forse ne uscirebbe qualcosa di buono.

 

 

Autrice: Rosa M. Mariani – rosa.mariani@pinksolution.it

Rosa M. Mariani

Mentore e Digital Adviser | Esperta nell’industria della laminazione e verniciatura dell’alluminio | Esperta in processi organizzativi e di vendita | Esperta in piattaforme e soluzioni digitali |  Autrice | Tel- 392 5267748