La caduta del desiderio, quella sorta di fatica soggettiva a desiderare, quella sorta di eclissi, quello spegnimento della esperienza umana, è la causa del malessere esistenziale che dilaga nella nostra società.

Nei giovani la depressione dilaga e, paradossalmente soprattutto tra i giovani, fenomeno inaudito fino a 20 trent’anni fa, cioè che la depressione sia oggi una patologia, diciamo che investe in modo privilegiato le giovani generazioni, piuttosto che accompagnare come accadeva, la vita nel tempo del suo naturale declino.

La fatica di desiderare, la vita senza desiderio è vita che si spegne, è vita che cade, è vita morta,  è vita non viva.

E allora la domanda diventa, se il nostro tempo è il tempo dell’eclissi del desiderio, dunque il tempo del raffreddamento, dello spegnimento della temperatura del desiderio, il tempo in cui anche i giovani fanno fatica a desiderare..  Che cosa ha provocato questa eclissi?

Qual è la causa? La causa principale?

E’ accaduta una metamorfosi. Una metamorfosi che è una metamorfosi individuale e sociale al tempo stesso, perché noi non possiamo parlare del mentale senza tener conto che il mentale è sempre sociale.

Quale metamorfosi è avvenuta? Diciamo che la dimensione della mancanza, da cui scaturisce l’esperienza del desiderio, questa dimensione, la dimensione della mancanza di cui è fatta, diciamo la stoffa stessa dell’essere umano, è diventata vuoto.

Noi tutti siamo fatti di mancanza. Fondamentalmente siamo esseri attraversati dalla mancanza. Ebbene, la mancanza da cui scaturisce il desiderio,  si è trasformata, ha subito una metamorfosi, è diventata vuoto e c’è una differenza tra la mancanza e il vuoto, perché la mancanza, di cui è fatta la stoffa dell’essere umano, non può essere riempita.

La mancanza, di cui è fatto l’essere umano, crea desiderio. Il desiderio è il carburante della nostra vita, ci spinge a vette, a traguardi, a realizzazioni. Il desiderio ci fa intuire il nostro personale talento e ci guida alla realizzazione nella nostra vita, del nostro scopo esistenziale.

Se percepiamo la mancanza come un vuoto e pensiamo che la risposta da dare sia il riempimento, allora cadiamo in  un tranello.

Il desiderio è il carburante della nostra vita

Non c’è un oggetto in grado di riempire quella mancanza. Anzi, il desiderio è l’espressione della mancanza e l’espressione generativa vitale, creativa della mancanza. Desidero fondamentalmente sempre quello che mi manca e in questo senso il desiderio è sempre un movimento di apertura verso  l’altro.

Nel nostro tempo, la mancanza da cui scaturisce il desiderio ha subito una metamorfosi, si è trasformata in vuoto, è diventata vuoto.

Non facciamo più l’esperienza positiva del desiderio ma sentiamo solo un vuoto che necessita di essere riempito. Non siamo quindi più motivati dalla pulsione del desiderio che ci fa crescere, che ci fa tendere a migliorare noi stessi, ma da una pulsione a riempire un vuoto e lo facciamo con un abuso. Un abuso dei mezzi social, dell’alcol, del cibo o del non cibo,  di tutti quegli oggetti che il mercato ci promette come sicura soddisfazione.

Quando diciamo morte del desiderio significa non essere più in rapporto all’altro, ma essere in un rapporto di dipendenza all’oggetto, che ha sostituito l’altro nella relazione.

Chi ha prodotto la metamorfosi, chi ha trasformato, la mancanza in vuoto?

Chi è responsabile di questa trasformazione nichilistica della mancanza, in vuoto e dunque dello spegnimento del desiderio?

Possiamo additare come responsabile di questa trasformazione, quello che si può chiamare “il discorso del capitalista” e cioè quel discorso che sostiene che la vita umana si salverebbe, che la vita umana troverebbe la sua soddisfazione, la sua felicità, la sua salvezza nel consumo dell’oggetto. Come dire che l’oggetto, l’oggetto di consumo, è ciò  che ci può guarire dalla nostra insufficienza.

Siamo nel tempo del feticismo delle merci, diceva Marx, siamo nel tempo di un nuovo totalitarismo dell’oggetto.

Siamo nel tempo in cui, appunto, il nuovo oggetto pare essere presentato dal mercato come la soluzione al problema dell’esistenza, al dolore di esistere.

Chiaro che questo oggetto, che il mercato propone, illimitatamente,  non è mai un oggetto che soddisfa.  Ecco il paradosso, tutti questi oggetti che il mercato offre illimitatamente non producono mai soddisfazione, a volte producono patologie.

Un vuoto che produce vuoto

L’astuzia del “discorso del capitalista” consiste nell’offrire oggetti che non producono soddisfazione ma producono sempre nuovi vuoti.  L’oggetto del “discorso del capitalista” non serve a riempire il vuoto, in realtà serve a generare continuamente dei vuoti.

Ogni nuovissimo modello diventa subito obsoleto e noi siamo costretti a rincorrere una soddisfazione che non arriverà mai.  Rincorriamo una pulsione che scambiamo per desiderio ma che, al contrario, ci impedisce di generare un desiderio, in base alla nostra unicità e al nostro personale talento.

Questo è, per gli economisti, una obsolescenza scellerata, cioè il fatto che gli oggetti, sempre più rapidamente, perdono la loro efficacia, perdono il loro fascino, perdono, diciamo così, il loro diritto di essere nuovi.

Potremmo fare una riflessione aggiuntiva e dire che anche i rapporti tra gli esseri umani, rischiano di essere pensati a partire dal paradigma della merce.

Rapporti umani con la data di scadenza

Il codice civile ha appena espulso, diciamo, tra i suoi articoli che regolano la vita della famiglia, il riferimento alla fedeltà, come se la fedeltà, cioè rimanere fedele allo stesso oggetto, fosse totalmente impensabile nel nostro tempo. Il nostro tempo esige il ricambio continuo dell’oggetto e dunque si pensa anche all’amore, sul modello del televisore o del frigorifero, sul modello della merce. Si pensa che anche l’amore sia a scadenza;  che anche il tempo dell’amore sia simile al tempo della merce:  destinato a scadere, destinato ad avariarsi e dunque di qui non solo la cancellazione dell’esperienza della fedeltà, ma il mito che la soddisfazione è sempre nel nuovo.

Dunque nel nuovo partner, per esempio nel nuovo progetto. in quello che non c’è, ecco, questa è una fenomenologia recente, cioè il totalitarismo dell’oggetto, il culto dell’oggetto, l’oggetto non come ciò che riempie, ma come ciò che svuota.

L’oggetto promette di riempire, ma in realtà svuota. Vedete il trucco? L’oggetto promette di riempimento e in realtà produce uno svuotamento che rende i soggetti dipendenti dagli oggetti.

Questo è,  è il nostro tempo. Questa è la metamorfosi della mancanza, in vuoto, questo è il tempo dell’eclissi del desiderio.

Che cosa abbiamo in primo piano?

Abbiamo in primo piano dei legami: con partner che sono partner inumani, cioè l’oggetto è un partner inumano che prende il posto del partner umano (che sia cocaina, una Ferrari, un Rolex, o vino, poco importa).

Questa è un’altra delle conseguenze catastrofiche del predominio del “discorso del capitalista”. Perché è il discorso del capitalista che ci introduce a questa alternativa: meglio l’oggetto inumano all’umanità del partner per una ragione molto semplice: gli oggetti dove li metti, li trovi.  Che non è male, no? Nelle persone non funziona così. Nelle persone è un po’ più complicato. Le persone tradiscono, feriscono, ci deludono.

Dunque, quando uno torna a casa sfiancato dal lavoro, ha bisogno di un oggetto a cui attaccarsi.

Il partner, l’altro sesso, noi non abbiamo la sicurezza di trovarlo là dove lo lasciamo. L’altro sesso non è un oggetto. Non solo perché parla, perché è libero e dunque libero di andare via e dunque libero di avere altri desideri e dunque non possiamo esercitare sull’altro quel diritto di proprietà assoluto, che esercitiamo sugli oggetti.

L’altro è una minaccia

Noi facciamo esperienza del turbamento dell’esistenza dell’altro sesso, ciascuno di noi fa esperienza dell’altro sesso, fa esperienza, cioè di un legame con l’altro che è fonte di grande curiosità, di grande eccitazione, di grande fascino ma anche di grande pericolo.  Di grande pericolo, come quando appunto il comandante di un aeroplano dice “attenzione, entriamo in una zona di turbolenza allacciatevi le cinture”.

L’incontro con l’altro sesso è una zona di turbolenza. E il trattamento di questa turbolenza e la dipendenza dall’oggetto: la dipendenza dall’oggetto salva dalla dipendenza pericolosa dall’altro sesso, previene l’abbandono, previene il trauma della separazione. Previene il trauma della ferita.  L’oggetto è un balsamo, un analgesico, un antidolorifico, qualcosa che anestetizza le emozioni, i sentimenti.

Dietro a questa scelta di sostituzione c’è sempre una ferita d’amore e una cattiva iniziazione al discorso amoroso, cioè il primo incontro.

L’amore non ha funzionato, non c’è stata la giusta iniziazione o perché c’è stata violenza o perché c’è stato abbandono o perché c’è stato tradimento o perché c’è stata offesa o perché c’è stata morte o perché c’è stata malattia, ma noi troviamo sempre questo punto: il primo amore è stato il nome di un trauma.

Una ferita d’amore per alcuni più profonda

Quando questo meccanismo si inclina verso la malattia, verso un qualche tipo di dipendenza, smette du essere un discorso filosofico per passare ai terapeuti.   La risposta, di chi è fortemente toccato da questo meccanismo, di chi ha profonde ferite cui ha dato la risposta dell’oggetto,   è “D’ora in avanti mi fido solo di me”.  “D’ora in avanti controllerò tutto” “D’ora in avanti tutto deve  essere sotto controllo”.

Un dubbio sull’amore dei genitori, un dubbio sull’amore dell’altro o il dubbio sulla presenza dell’altro porta a scegliere l’oggetto. A scegliere l’oggetto come presenza rassicurante, l’oggetto come antidoto all’angoscia. Eh, questo è un punto importante, è l’oggetto come antidoto all’angoscia.

Insomma al centro, noi abbiamo la dipendenza dall’oggetto / sostanza come tentativo di trattare l’angoscia che scaturisce dalla dipendenza dall’altro.

Tutti noi abbiamo un oggetto che lenisce la nostra angoscia

E’ difficile per ognuno di noi essere  immuni completamente dal “discorso del capitalista” perché ci siamo immersi mani e piedi. Se acquisti in modo compulsivo, se hai tre di tutto, non illuderti, stai cercando di riempire quello che percepisci vuoto, dentro di te.  Se “ma si, dai una bottiglietta a cena cosa vuoi che sia” stai facendo altrettanto.  Se il tuo modo di mangiare e compulsivo, magari non hai un vero disturbo, ma stai “riempiendo” un vuoto che si ricrea. Se cerchi ossessivamente qualcosa, chiediti se non stai cercando di “riempire” una mancanza che percepisci come “vuoto”.

Sono infiniti gli esempi che si possono portare inclusa l’iper attività fisica.

E’ difficile perfino rendersene conto  e, come dicevo in un altro articolo, “se senti un nodo alla gola, è un buon segno” perché significa che hai la percezione della distorsione di cui fai parte.

Come si faccia a uscire da Matrix poi, e fare emergere il desiderio sano, quello che ci conduce a noi stessi, ai nostri talenti, al nostro scopo nella vita, è un altro discorso e magari lo faremo. Per oggi mi limito a fermarmi qui e a chiedermi perché sia così difficile ascoltare, capire e attuare il proprio desiderio profondo.

 

 

 

autrice: Rosa M. Mariani, Technician Mentor

Esperta nell’Industria della laminazione e verniciatura dell’alluminio | Esperta in piattaforme digitali | Mentore 1-2-1

rosa.mariani@pinksolution.it