Il linguaggio fa parte di noi, lo abbiamo appreso nella primissima infanzia, siamo noi, è quello che facciamo tutti i giorni. Il linguaggio è una abitudine. Cambiando questa abitudine, utilizzando un linguaggio più inclusivo, cambieremo anche la società in cui viviamo.

Questi gli argomenti dell’articolo:

  • Un linguaggio che passa inosservato
  • Il dovere di non lasciar correre
  • Il linguaggio che crea
  • I livelli neurologici del cambiamento
  • L’abitudine coma fattore di rinforzo del cambiament

Potremmo dire che il linguaggio è uno di quei muscoli del nostro corpo che il nostro cervello fa funzionare così, in modo automatico, e infatti è così. Ci esprimiamo secondo automatismi e non ci stiamo tanto a pensare. Col linguaggio esprimiamo stereotipi che abbiamo introiettato.

Mi sono chiesta: “Il linguaggio può veramente modificare la cultura corrente e creare  le condizioni per una maggiore equità?” Io credo di si. Lo credo così fortemente da aver deciso di farne l’argomento della mia Tesi per EWMD, tesi richiesta dal programma S.T.E.P. che forma le posizioni apicali di questa associazione di empowerment femminile.

Ho scelto questo tema perché ogni volta che tocco questo argomento qualcuno, solitamente una donna, mi commenta:

“Io quando dico, Lucia fa l’avvocato, non sento di togliere niente: per me è veramente un nome neutro”  (la citazione è reale) oppure “A me piace chiamarla AstroSamantha” ,  anche dopo aver fatto notare che è sminuente per una professionista di quel calibro.

Sento un grandissimo bisogno di far capire a noi donne che, se noi stesse, consideriamo accettabile un linguaggio che non ci contempla o che ci sminuisce, nessuno lo farà per noi.

Credo che il linguaggio abbia un enorme potere di cambiamento.

Il linguaggio è potente anche nel modo in cui io, donna, parlo a me stessa. Il linguaggio è potente per rafforzare il senso di autostima.

Come diceva il filosofo  Ludwig Wittgenstein “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”

Cambiamo i limiti del linguaggio corrente nella nostra società, e cambieremo i limiti del nostro mondo e della nostra facoltà di incidere.

Ludwig Wittgenstein, autore in particolare di contributi di capitale importanza alla fondazione della logica e alla filosofia del linguaggio é considerato da alcuni, specialmente nel mondo accademico anglosassone, il massimo pensatore del secolo scorso.

Il tema cruciale è quanto determinate espressioni nel linguaggio corrente passino inosservate. Quel “ma si dai!” che viene spesso proprio dalle donne che sdoganano una aggressività passiva, che sdoganano una non intenzionalità, che in quanto tale viene legittimata, perché di poco conto, e perpetrata.  Una aggressività passiva che mina l’autostima delle donne stesse.

I commenti più feroci, quelli delle donne

Invito la lettrice, e il lettore, ad ascoltare i due video che ho proposto a supporto, per farsi un’idea degli innumerevoli esempi di linguaggio discriminante che viene abitualmente sdoganato con frasi come “ma si dai!!” “ma sei proprio fissata!” “è l’abitudine, ma non mi pare grave” “sono ben altri i problemi”.

Un’abitudine radicata spesso proprio nelle donne, per quel che riguarda la discriminazione di genere.  Mi è capitato di leggere un post su Facebook in cui, un’assessora, orgogliosamente diceva di aver cambiato la targa sulla porta da “Assessore” ad “Assessora”.  Si sono scatenati una serie di commenti denigratori che andavano da “occupatevi delle cose serie” a “suona ridicolo assessora al femminile”.

I commenti più feroci, quelli delle donne. Il percepito, una inutilità. I ragionamenti articolati: ignorati o denigrati. Va bene, i social sono così: ci sono gli haters. Qui io però non vorrei parlare di haters, ma di tutti e tutte, io vorrei parlare dei “bene intenzionati” di coloro che vanno in automatico e non si rendono conto del messaggio sotteso di certe espressioni.

Le parole usate senza pensare, soprattutto nel mondo del lavoro, causano problemi.

Perché il nostro linguaggio non è inclusivo? Cosa succede? Non c’è la volontarietà, né consapevolezza, fa parte di noi, lo apprendiamo nella nostra infanzia e fa parte della nostra vita e lo attiviamo nel modo in cui lo abbiamo appreso. Funziona come un automatismo.

Il cervello lo attiva con degli input e noi non ci facciamo tanta attenzione.

Usiamo in modo automatico parole, modi di dire, che abbiamo appreso in passato e che si sono cristallizzati. Non parliamo di linguaggio di odio consapevole, ma del linguaggio inconsapevole, del quotidiano, che non ha alcuna intenzionalità, che si veste di positivo: la battuta, il complimento, etc.

Posso diventare veicolo di stereotipi, etichette, retaggi culturali. Lo sappiamo che il cervello è fatto per farci risparmiare, per farci fare meno fatica possibile e in automatico utilizzo, paradossalmente, frasi che magari neppure mi rappresentano, ma che diventano tramite me, un veicolo di diffusione.

Prendere nuove abitudini è possibile.

Crea nuove sinapsi, nuovi automatismi, che possono farsi veicolo di diffusione di una nuova cultura dell’inclusione.

Vorrei fare un esempio, tra tanti che si possono fare, e che fa parte della vita aziendale.

Nelle riunioni, spesso il modo in cui si viene presentati, il modo in cui si presentano le altre persone, può applicare un linguaggio, inconsapevolmente discriminante.

Può capitare che nei confronti di un collega  si usino i termini “dottore” “ingegnere” e, nei confronti di una collega, si usi il termine “signora” o anche il “signorina”. Questo avviene da parte di persone che, forse, sono convinte che rivolgersi al genere femminile in questo modo, sia più riguardoso, ma in realtà diamo più valore al genere maschile, creiamo un depotenziamento verso la donna in questione. Magari poi la laurea, il lui, non ce l’ha e l’ingegnera è lei.

Agesismo

Un’altra discriminazione inconsapevole che tutti noi usiamo è l’età. Se ne parla poco. E’ “l’ageismo” ad occuparsene.  L’ageismo si occupa di discriminazioni che riguardano l’età (sia alta che bassa), ma tutto ciò che ci diciamo rientra in un linguaggio accettabile. Un linguaggio che se non facciamo attenzione, se non andiamo ad interrogarci sul reale significato di quello che diciamo, sulla sua fondatezza, potremmo continuare ad usarlo per sempre.

“Ah ma se non hai entusiasmo adesso chissà a fine carriera” una aspettativa di questo genere è errata nei confronti del giovane a cui ci si rivolge. Non è certo l’età a dare energia e problem solving. Con quel “figuriamoci dopo” è come se stessimo dicendo che col passare degli anni si apre una sorta di baratro, un declino progressivo verso il quale non possiamo fare più nulla. Queste frasi sono semi di un pensiero deleterio che porta i cinquantenni, in azienda e a volte anche nella vita, ad assumere comportamenti conformi alle aspettative dichiarate.

In realtà, secondo una Ricerca dell’Harvard Business Review HBR, l’età media delle start up innovative, che non si spengono un minuto dopo l’accensione, sono fondate da persone che hanno un’età media di 47 anni, un  numero molto vicino a quei 50 anni che ci insegnano essere il viale del tramonto in azienda e ancor più fuori da essa.

Ormai

Quei cinquant’anni, il cui declino ineluttabile e inarrestabile è segnato da frasi, anche brevi, come “ormai”,  per cui non c’è più niente da fare, frasi che finiscono per mentalizzare tutta l’organizzazione, tutta la società. Una società che sta invecchiando progressivamente sempre di più.

Ce lo dicono così tanto che, “ormai”, non vale la pena di mettere energie in nulla,  che alla fine ci crediamo, non ci proviamo più neppure. Pensate a cosa significa a livello della nostra società.

Un altro ambito in cui il linguaggio ha bisogno che si attivi una certa consapevolezza è la battuta. “Ah ma vuoi che non riusciamo a farlo, mica siamo handicappati”

Quando mi esprimo in questo modo, che visione ho della disabilità? Che ne so io di chi ho intorno a me?  La disabilità in Italia riguarda una persona su quattro. La maggior parte di queste disabilità non è visibile (diabete, cardiopatie, tumori, patologie varie).

Il linguaggio è anche un atto di identità.

Nel momento in cui scelgo di entrare in un tema, di dibattere su un argomento, le parole che scelgo, per parlarne, dicono molto di me.

Le professioni che tradizionalmente sono state maschili, spesso, noi donne, le utilizziamo al maschile.

Avvocato ha il suo corrispettivo al femminile in Avvocata.

Il  termine esiste e non è un neologismo, basta pensare alla preghiera” Salve Regina, Avvocata nostra”

Molte donne che svolgono la professione forense scelgono ancora di utilizzare Avvocato.

Se è un uomo, è giusto che il titolo sia al maschile.

Se è una donna a farlo, la grammatica ci dice che debba esserci il termine al femminile.

Nel caso della professione di avvocato, il femminile potrebbe essere posto anche con il suffisso “essa”, pur essendo più corretto avvocata

Una diminuita percezione di autorevolezza

In generale, le professioni con il suffisso “-essa” hanno una diminuita autorità percepita anche perché storicamente, per esempio la Presidentessa, era intesa essere la moglie del Presidente.

Deve esserci ovviamente la massima libertà di definire la propria professione come meglio si crede, ma dobbiamo sapere che, quello che implicitamente comunichiamo utilizzando il nome della professione al maschile, ed essendo donna, che quel ruolo dovrebbe  essere occupato da una persona maschile e noi arbitrariamente lo occupiamo.

Suona strano, non abbiamo familiarità. E’ vero. Dobbiamo abituarci, ma è importante farlo, non è un vezzo: è una questione di identità.

Dobbiamo abituarci per combattere stereotipi di genere interiorizzati come: “think manager, think man.”

A questo punto del discorso mi sembra che l’apporto di una linguista possa portare chiarezza e fugare dubbi.

Che la parola ci aiuti a modificare il pensiero è scientificamente provato.

Quanto, ci rendiamo conto di quello che andiamo a dire, quando utilizziamo certe espressioni? Abbiamo già accennato al suffisso -essa  e credo giovi portare qualche esempio, di stereotipi che albergano in ognuno di noi. Nessuno e nessuna è esente.

Il suffisso -essa, abbiamo già detto, toglie autorevolezza nella percezione, ma non solo, anche certe professioni per cui esiste ed è in uso da sempre sia il maschile che il femminile.

Anche le professioni per cui il femminile esiste da sempre ha un percepito inferiore

Pensiamo a Maestro. Cosa vi fa venire in mente? Maestro d’arte?  Sommo esperto?

Ora pensate a Maestra.  Vi viene in mente solo una maestra di scuola, vero?

Un caso interessante ci è stato proposto a Sanremo,  quando Beatrice Venezi ha preteso di venir chiamata Direttore anziché Direttrice d’Orchestra, adducendo come motivazione che per quella professione il termine era Direttore.

Non è vero, ovviamente, ma è chiaro che, se fai un sacco di fatica per arrivare ad essere la prima donna che dirige un’orchestra (a Sanremo almeno), non vuoi essere chiamata in un modo il cui percepito è sminuente. Il percepito però dipende da noi, dipende dal lavoro che faremo per fare attenzione al nostro linguaggio.

Una linguista ci spiega alcune cose

Secondo la professoressa di linguistica Giuliana Giusti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia noi ci rifacciamo, spesso, a delle grammatiche neanche ufficiali perché la crusca, da anni, si è espressa a favore di “A me mi piace”, per esempio, così come si è espressa a favore della recente femminilizzazione dei nomi di ruolo apicale.

“Sindaco o sindaca?  E’ sicuramente sindaca.

Un nome che ha la stessa struttura prosodica è Monaco.  

Monaco o monaca? Nessuno direbbe mai,  “suor Teresa era un Monaco molto Pio”. 

Sarebbe molto strano. E, se sindaco fa fatica a diventare sindaca, è solo perché culturalmente c’è un’opposizione, purtroppo molto più in Italia che in altri luoghi, a riconoscere che le cariche, le cariche importanti, le funzioni importanti, non sono né maschili né femminili. Sono cariche. Punto.

Sono di chi le porta.  Dire che, il nome di funzione sindaco, va lasciato come tale perché è una funzione e non si guarda alla persona, vuol dire che si crea, in italiano una classe nominale, di nomi di funzione, quindi creiamo una struttura morfologica completamente diversa e innovativa, che non c’è neanche nelle altre lingue indo europee; le lingue bantu hanno classi nominali molto diverse, spesso aggregate per la loro semantica.

Le lingue europee no,  quindi, soprattutto l’italiano ha due generi. In alcune lingue c’è il genere neutro.  L’italiano lo ha perduto. Non ha comunque mai indicato un nome neutrale. Cioè il neutro, erano le cose, non erano nomi che potevano indicare uomini e donne indifferentemente, quindi creare un nuovo neutro, non ha senso, perché di nuovo si creerebbe un neutro che non c’è mai stato, che non è proprio nella struttura storica millenaria della nostra lingua.

E quindi? Dire il marito del sindaco ha scritto una lettera è in realtà violare nel modo più violento la grammatica italiana, proprio nelle sue radici storiche e questo è un problema della cultura italiana, dell’uso che in Italia si fa della lingua, perché moltissime altre lingue indo europee hanno il genere maschile e femminile, che per le persone coincide, nella maggior parte dei casi, con il genere sociale di chi lo porta.

Sia il tedesco, sia  il francese e lo spagnolo, sia l’italiano della Svizzera, lo hanno. Svizzera che ha fatto le linee guida in cui ha  codificato, tutti i femminili, perché è chiaro che quando c’è un uso nuovo, un passaggio dal maschile al femminile, ci sono magari più mezzi per decidere qual è il femminile di un nome, e ci sono linee guida che sono usate da tantissimi anni, nella Svizzera Italiana.

E interessante l’esempio della nuova ambasciatrice di Germania a Roma, che ha detto esplicitamente che vuole farsi chiamare ambasciatore in italiano, ma in tedesco ha il suo titolo  femminilizzato nel sito dell’ambasciata. Allora? E chiaro che lei vuole farsi chiamare ambasciatore in italiano, non perché pensa che i nomi non vadano declinati al femminile, ma perché ha capito che in Italia e solo in Italia, per un motivo culturale, ambasciatrice vale di meno.

In Italia Ambasciatrice è la moglie dell’ambasciatore e quindi non vuole essere chiamata ambasciatrice. Ma questo è per l’uso che si fa della parola ambasciatrice in italiano. E chiaro che fino ad oggi le ambasciatrici erano le mogli degli ambasciatori, ma io mi chiedo, quando c’è un ambasciatore donna? Chiamiamo ambasciatrice suo marito? Ovviamente no.

Quello che bisogna capire e far capire a tantissime persone che si strappano le vesti a favore dell’italiano, che stanno andando contro la struttura dell’italiano, se si rifiutano di utilizzare il femminile: le sindache stesse, se loro stesse si rifiutassero di farsi chiamare sindaca, solo per un motivo di opportunità, andrebbero contro la struttura dell’italiano.

E’ chiaro che questo tema solleva problemi culturali, di identità, di genere.

Da sempre esiste il Monaco e la Monaca. Negare il Sindaca come corrispettivo femminile di  Sindaco, vìola la lingua italiana.”

Il cambiamento è culturale

Lo stereotipo è radicato in noi, ma facendo attenzione, ascoltando chi ci esprime il proprio disagio per la frase che abbiamo utilizzato o esprimendolo a nostra volta, in modo emotivo, non conflittuale, contribuiremo a migliorare il mondo in cui viviamo, rendendolo più rispettoso delle diversità e più equo,

I modi in cui discriminare, in modo inconsapevole, sono molti. Pensate all’articolo che viene messo davanti alle figure femminili: la Mariani.   “ll Mariani”, non lo direbbero. Perché ho bisogno di mettere l’articolo davanti alla professionista femminile? Perché ho bisogno di sottolineare il suo essere femmina?

Perché in qualche modo ne voglio sottolineare il genere?  Da un lato aumenta la confidenzialità, una confidenzialità che in ufficio non dovrebbe svilupparsi, in modi disomogenei; si crea una familiarità che non si confà al contesto professionale; si rende meno presente una percezione di competenza ed autorevolezza.

O ancora, Questa tesi è stata preparata da “Rosa Mariani” è meno di è stata preparata da “Mariani” Lo sentite il percepito? Se dico solo il cognome il percepito è più alto.

Un altro esempio di tipo diverso: “Ah hai l’epilessia? Non l’avrei mai detto”  E’ come se dicessi: “Ah va bene, siccome della tua epilessia non si vede niente, io posso continuare a metterti nella casella delle persone normali, per me non fa nulla.

Un linguaggio inclusivo serve per far sentire tutte le persone a bordo.

Serve interrogarsi costantemente su cosa dicono realmente le nostre parole e spezzare quel l’automatismo che è in tutti noi.

Serve interrogarsi su quale impatto hanno e  quali emozioni e sensazioni generano le nostre parole.

Non aspettiamo che arrivi un “vaccino” che ci salvi da un linguaggio discriminante. Tocca a noi cambiare, per assumere un linguaggio che generi fiducia, accoglienza, rispetto.

Usare un linguaggio inclusivo significa usare gentilezza. Gentile, dall’etimologia latina del termine, significa “appartenere alla stessa gente” 

Cambiare il modo in cui ci esprimiamo, lavorare sulla consapevolezza di cosa significhi adottare certe espressioni, o termini maschili se siamo una donna, adottare un linguaggio inclusivo significa aumentare il senso di appartenenza alla stessa gente.

Il dovere di non lasciar correre

Quando dico ad una persona “ma sei down?” ci ho pensato quel mezzo secondo in più? No, altrimenti non lo direi. Se mi scappa, andare a chiedere scusa è positivo, anche se la persona in questione non ci aveva fatto caso.

Abbiamo il dovere di non lasciar correre quando un certo modo di esprimersi tocca la nostra sensibilità. Per il mio vissuto, per la mia storia, un’espressione che tocca profondamente il mio senso di giustizia è sentire espressioni come “quella la” perché toglie alla persona in questione il diritto all’identità.

Per la stessa identica ragione non sopporto espressioni come “quella gente lì” rivolto ad una etnia specifica, quando magari si poteva dire “quella famiglia”, all’interno del discorso specifico. Non si è adottato, proprio perché si voleva dare una connotazione denigratoria, una pennellata che collocasse le persone in questione ad un gradino più basso della scala sociale.

Mi sono fatta un punto, ogni volta che una frase mi disturba, di sottolinearlo, di cercare di portare l’altra persona a riflettere. Non è facile, ma partire da quello che si è provato è un buon modo. L’altra persona minimizzerà, ma se lo abbiamo detto bene, se abbiamo fatto percepire il nostro sentire rispetto a quel tema, quel che abbiamo detto lavorerà.

Non ci facciamo caso

Il linguaggio è talmente parte di noi che spesso non facciamo caso a come lo utilizziamo e il risultato è che inconsapevolmente, quando parliamo, veicoliamo e rinforziamo preconcetti, retaggi, stereotipi di genere ma anche relativi all’età, abilità, orientamento, cultura, etnia.

Dobbiamo chiederci come fare ad essere più inclusivi quando parliamo e insieme dobbiamo provare a darci delle soluzioni.

Gli studi ci dicono che far presente in modo dialogante qualcosa che ci ha dato fastidio, aiuta noi, e anche l’altra persona che, anche se sminuisse quel che gli stiamo dicendo, poi ci farà caso. Per le battute che feriscono, è importante dire che quell’espressione ci ha procurato un disagio emotivo.

l linguaggio che crea

Ormai è cosa nota. Quello di cui non esiste il termine, non esiste. Uno degli esempi su questo argomento che vengono portati dagli studiosi è la neve. Per noi esiste neve ed esiste fiocco di neve. Punto. Non siamo in grado di figurarci nulla di diverso. Nei paesi scandinavi hanno una infinità di modi per definire un fiocco di neve e, infatti, per loro, esistono.

Stessa cosa per i colori. Esistono popolazioni per cui i colori sono meno di quelli che nella nostra concezione esistono.

Se non esiste il vocabolo, non esiste la cosa. Se non possiamo parlando, definire l’oggetto, quell’oggetto non esiste,

Se esiste solo il termine Avvocato. Una donna che svolga quella professione o non esiste o è un’eccezione.

Ho ben spiegato nel paragrafo precedente quanto la professoressa GIuliana Giusti afferma e ben ben spiega, sulla meta-competenza linguistica (parte in corsivo).

I livelli Neurologici del cambiamento

Secondo Robert Dilts, uno studioso che ha contribuito allo sviluppo della programmazione neurolinguistica fin dal 1975, il cambiamento avviene secondo una scala dei livelli neurologici dell’individuo.  I livelli vanno da 1 a 6

Sul gradino più basso, il primo  troviamo l’ambiente.

In questo livello si risponde a domande come “Dove?” “Quando?”

Al secondo gradino stanno i comportamenti

la domanda è “Cosa sto facendo”

La persona che parla da questo livello della scala si esprimerà dicendo “Io faccio”

Al terzo gradino ci sono le capacità

Qui l’individuo si esprimerà dicendo “Sono capace di…” “So aiutare…”

Al quarto livello ci sono le convinzioni

Quì possiamo chiedere “in che cosa credi e perchè?”

La persona si esprimerà dicendo

“io credo…..”

“io penso….”

Sul quinto gradino si posiziona l’identità

Chi sono io?

Io sono….

Il sesto livello è quello in cui poniamo il significato

Perché lo fai? Per cos’altro?

Nel successo c’è allineamento

Il successo ossia la realizzazione del desiderio e del significato, sono resi possibili tramite l’allineamento dei livelli, poiché tutti i livelli vanno nella stessa direzione.

Nell’insuccesso c’è disallineamento

L’insuccesso è facilitato quando non tutti i livelli vanno nella stessa direzione perché in tal caso essi creano ostacoli alla realizzazione del desiderio.

Per portare un esempio. Se alla domanda “che lavoro fai” io rispondo “faccio l’avvocato” c’è un problema di identità che non è in relazione al proprio desiderio. Mentre “Io sono un avvocata” ci pone sul gradino dell’identità e quindi, con tutti gli altri livelli sottostanti allineati.

E qui la differenza non sta solo nel maschile e femminile, ma – e soprattutto – in quel “fare” o “essere” 

Secondo Robert Dilts, infatti, un problema risolto alla cima della scala, risolve automaticamente tutti i livelli sottostanti.

Nel nostro esempio io potrei “fare l’avvocato” (competenze) ma “credere che non sia giusto trascurare la famiglia”  (convinzioni) e potrei “essere una mamma”(identità).

Una conflittualità interiore ci rallenta

Potrei cioè avere i diversi livelli neurologici della mia persona non allineati e vivere una conflittualità.

Questo dis-allineamento ci farà muovere nel mondo in modo svantaggiato, ci farà utilizzare le nostre energie in modo frammentato e quindi meno potente.

Perché questa disgressione? Per sottolineare che anche da questa angolazione, il potere delle parole, sulle nostre convinzioni, sul nostro senso di identità, sulla nostra realizzazione ed autostima, è importantissimo.

Le parole creano, le parole ci aiutano a portare soluzioni nelle nostre vite.

L’abitudine come fattore di rinforzo del cambiamento.

Su questo tema le credenze sono molte. Prima tra tutte “io sono fatto così”.

Su tutto quello che è un’azione è possibile cambiare le nostre abitudini e consolidarle. Ovviamente ci sono parti di noi immutabili, come il temperamento, per esempio, ma il modo di esprimersi, la scelta delle parole, può essere modificato.

Abbiamo già accennato che il cervello tende a farci “risparmiare” tempo ed energie. Il cervello non è orientato alla nostra evoluzione, ma alla nostra sopravvivenza. Ciò non di meno, il cervello è plastico. Una volta che un solco neuronale è stato tracciato, se verrà rinforzato con la ripetizione, acquisiremo una nuova capacità.

Un errore che spesso facciamo nell’acquisizione di una nuova abitudine, è di metterci obiettivi troppo ampi e di pensare che, se un giorno, una volta, non abbiamo tenuto il proposito, possiamo lasciare andare la nostra volontà verso la vecchia abitudine.

Ci sono tecniche che ci aiutano a consolidare nuove abitudini. Va detto che, una delle prime cose da fare è, contemplare la possibilità, di non sapere tutto. Per anni mi sono accanita a cercare di dimagrire, a perdere quei chili che la menopausa mi aveva fatto accumulare senza risultato. Quando mi sono rivolta ad una professionista, una alimentarista, ho imparato un nuovo modo di cucinare ed abbinare gli alimenti ed ho perso in pochi mesi circa dieci chili!

Una seconda cosa da contemplare è la possibilità di infrangere una regola senza che cada tutta “la Costituzione”. Ritornando al mio esempio, nella dieta fai da te, se mi prefiggevo di non mangiare gli affettati e una volta sgarravo, dal giorno dopo mi sentivo autorizzata a mangiarne sempre perché “tanto ho sgarrato”. Sempre nella dieta che mi ha dato la professionista, sgarrare una volta a settimana è quasi obbligatorio.

Il risultato è che, ora che non sono più a dieta, ho però acquisito una nuova abitudine a cucinare, una nuova abitudine di abbinamento dei cibi, e una maggiore flessibilità nei confronti dello “sgarro” e rimango sempre del mio splendido nuovamente conquistato peso-forma.

Anche nel linguaggio, è una questione di abitudine.

Il linguaggio è una delle abitudini più profonde che abbiamo. E’ paragonabile ai copioni di vita. Come nei copioni, però, se conosciamo il meccanismo, siamo in grado di farci caso e decidere di non cadere nell’automatismo. Nel linguaggio, se comprendiamo quale discriminazione, quali ripercussioni, quel nostro modo di esprimerci, di scherzare di dire una battuta, si porta con sé, in termini di sofferenza, di mancate possibilità per gli altri, allora sono convinta che tutte noi, tutti noi, siamo in grado di fare attenzione a cosa diciamo. Sono convinta che tutte noi, tutti noi, se anche ci scappasse, siamo in grado di tornare dalla persona a cui abbiamo indirizzato la nostra battuta e scusarci sinceramente. 

Come facciamo ad addestrare un modo nuovo di esprimersi che sia inclusivo delle diversità tutte e, in particolare, le diversità di genere?

Credo che non stancarci di organizzare conferenze, come già abbiamo fatto, con persone che si occupano di questi temi come la già citata Alexa Pantanella per il linguaggio inclusivo o Cristina Cortesi, socia EWMD, per l’Ageismo o ancora Vera Gheno, Linguista di fama nazionale. Fabrizio Acampora autore del libro “In altre parole – dizionario minimo di diversità” che è un’altra persona molto interessante da invitare su questo tema perché tratta del termine; inclusività come non corretto perché prevede che qualcuno include e qualcuno che viene incluso, viene incluso chi in qualche modo devia da quella normalità. Lui ne parla dal punto di vista della sua diagnosi di autismo.

E’ solo un lustro che si parla di questi temi e forse creare le oratrici del futuro che possano contribuire a diffondere una nuova cultura mi sembra possa essere un obiettivo più sul lungo termine, anche per specializzarsi proprio sulla inclusività di genere, in modo non conflittuale, non di scontro, ma portando alla visibilità come un certo comportamento verbale ci faccia sentire (male).

Conclusioni:

Poiché la mia tesi sostiene che esistono stereotipi e pregiudizi in larga misura nelle donne, prima ancora che negli uomini, ritengo che EWMD Italia si dovrebbe organizzare per portare una serie di oratori eccellenti su pulpiti con larga audience.

Oratori ed oratrici come Alexa Pantanella, che già abbiamo ospitato in EWMD, che mi ha fortemente ispirata e da cui ho tratto gran parte degli argomenti qui citati, o altri, come la Professoressa Giuliana Giusti e le stesse socie, che mostrano una migliore capacità dialettica, potrebbero tenere conferenze su questi temi, in modo sistematico sul territorio, con il supporto delle istituzioni, nelle istituzioni, ma anche in ogni altro luogo che offra un palco e una platea.)

La discriminazione di genere è sicuramente battaglia principale di EWMD, ma non dobbiamo dimenticare di intervallare con altre discriminazioni che passano per il linguaggio, da “quella gente lì” (riferito ad altre etnie) a “ormai cosa pretendi da Pino” (riferito all’età avanzata), ma anche il suo esatto opposto “bhé no, Giulio no, è troppo giovane” (discriminazione al contrario).

Bisognerebbe organizzare  dei workshop per raccogliere tutte le espressioni che al lavoro, in famiglia, in ogni possibile contesto, sminuiscono le donne e ancora lo fanno.

Bisognerebbe raccogliere  questi esempi di vita vissuta, con il racconto di quello che abbiamo provato e facciamone degli storytelling. Farne magari anche un libro. Raccogliere libri che già lo facciano, suggerirli. Farne dei Video, farne materiale che formi nuove oratrici che lavorino ad una nuova cultura.

Facciamo sentire la nostra voce

La ricerca effettuata su un campione di 89 donne, in gran parte impegnate nella difesa delle discriminazioni di genere, dimostra che c’è moltissima necessità di influenzare la cultura perché non si violi la lingua italiana. La ricerca effettuata mostra come il pregiudizio sia da estirpare in primis, dalla forma mentis delle donne. E’ da noi donne che dobbiamo partire perché noi donne formeremo le donne e gli uomini di domani.

Per chi pensasse che non è necessario, sappiate che è di poco più di un mese fa (fine luglio), l’espressione di un parlamento che non ci rappresenta,  contro un linguaggio inclusivo.

L’emendamento presentato dalla senatrice Alessandra Maiorino non ha raggiunto la maggioranza richiesta per essere approvato e, i voti a favore, in votazione segreta, sono stati irrisori  (152 ). Andiamo un po’ meglio come presenze, al parlamento Europeo, ma rispetto all’Italia, non al resto dell’Europa.

Il voto è stato espressamente richiesto segreto. Svegliamoci!

 

 

Fonti:

Video di Alexa Pantanella (studiosa del linguaggio e delle discriminazioni tramite esso)

Video della Professoressa Giusti – Linguista

Bibliografia a supporto:

  • “Leadership e Visione Creativa” – Robert B. Dilts
  •  “A ciascuno il suo Cervello – Plasticità Neuronale e Inconscio” –  F. Ansermet e P. Magistretti
  • “L’Atto di Volontà” – Roberto Assaggioli

 

autrice: Rosa M. Mariani, Technician Mentor

Esperta nell’Industria della laminazione e verniciatura dell’alluminio | Esperta in piattaforme digitali | Mentore 1-2-1

rosa.mariani@pinksolution.it